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I giovani d'oggi sono figli di quella che Pasolini chiamava "generazione sfortunata", incapace di "avere lacrime per un'ottava del Cinquecento, nè lacrime intellettuali, dovute alla pura ragione".
Di quella generazione che, irridendo la tradizione, è approdata con spregiudicata fierezza, al porto del dubbio e del nichilismo.
I ragazzi che siedono sui banchi di scuola, così fragili, così impauriti, così frequentemente messi sul banco degli imputati con l'accusa di non avere una speranza - che è stata loro tolta dai loro stessi accusatori - non sono altro che lo specchio dello scetticismo di chi li ha messi al mondo.
Spesso è messo a tema il disagio di questi giovani, che quando non sanno cosa fare, per vincere la noia, si rifanno sui coetanei più deboli (baby gang) o cercano il loro momento di gloria allagando le scuole per renderle così inagibili.
Sommersi da mille sollecitazioni, quel che domina è il senso del nulla ereditato dalla precedente generazione.
Di fronte a questo influsso della mentalità dominante (nichilismo dolce del film "L'attimo fuggente"), percepiscono con estrema lucidità un incolmabile scarto tra quelle che sono le loro aspirazioni, i loro desideri, e la realtà che si trovano a vivere.
Il vero assente è l'adulto. L'educatore. Uno che, suscitando nel giovane una passione per la realtà, lo introduca alla vita.
Ma perchè questo avvenga è necessario che l'adulto per primo si impegni con la propria esistenza, affrontando le domande che essa pone e cercandone le risposte.
L'umanità dell'adulto sarà così provocazione e possibilità di paragone continuo per il giovane.
Quante volte mi è capitato di assistere al lamento di genitori che accusano i loro figli di passare ore davanti alla TV; e quando si chiede loro: "ma se lei dovesse spegnere la TV in casa, la sera per esempio, cosa farebbe?". Risposta con sguardo abbassato e tono dimesso: "probabilmente nulla...". Eludendo così la propria umanità ci si adopera perchè i figli non creino disagi.
L'educazione è innanzitutto comunicazione di quel che si è, non un'imposizione di regole. E nasce da un impeto di libertà, non da un ruolo che si riveste. Si è liberi se si vive, si cerca, si comunica ciò per cui si è fatti. Solo così si comunicano delle prospettive che non devono sottrarsi ad una continua verifica che ne confermi nel presente la ragionevolezza.
La libertà dell'adulto incontra la libertà del ragazzo. Il ragazzo è libero di prendere in considerazione l'ipotesi dell'adulto e libero di verificarla, o di rifiutarla. In un rapporto libero esiste infatti anche la possibilità del "no!". Fattore decisivo per un rapporto educativo è il rispetto della libertà dell'altro, per cui l'adulto, a costo di fare un passo indietro, non può sostituirsi al figlio imponendosi.
Sant'Agostino diceva "non si conosce se non per amicizia".
Il nucleo famigliare, luogo primario dell'educazione, spesso assiste solo ed impotente alle scelte del figlio. Ogni tentativo educativo sembra "spazzato via" dall'influsso del mondo. Occorre che chi vive questa tensione educativa si aiuti; è necessario mettersi insieme, accompagnarsi, sostenersi, creare ambiti educativi dove i ragazzi possano incontrare delle ipotesi di lavoro per poi verificarle nel mondo.
Uno degli aspetti più inquietanti dei giovani è la "sindrome di Calimero". Per il mondo valgono per quel che sanno fare.
Occorre che incontrino qualcuno che li ponga di fronte ad un'ipotesi positiva: "vali perchè ci sei!".
Che non può essere un'invenzione, o l'ultimo strategico grido degli psicologi. Deve essere vero.
Ogni mattina, quando entro in classe, l'esperienza mi costringe ad ammettere che quelle facce che mi attendono, o che semplicemente mi sopportano, non possono essere ridotte a nessun'analisi sociologica. Ci sono. E sono fatte, adesso. E non le ho scelte io.
Chi siete voi? E chi sono io?
Non posso eludere queste domande. Ne va del mio essere uomo. Se le prendo sul serio, se lascio aperte queste domande alla continua ricerca di una risposta, le ore passate in classe diventano un'avventura.
Qualcosa che sta accadendo in quel momento.
Se le trascuro scado immediatamente nell'esercizio di un potere.
Il mio potere su di loro. Fatto anche di sorrisi e di pacche sulle spalle; ma alla fine l'orizzonte del mio agire è che imparino le 4 cose che io ho malamente cumunicato loro, e che sappiano ripeterle come piace a me. Così io non sono lì ad imparare se non delle tecniche didattiche. Nuovi strumenti di comunicazione. Ma nulla di significativo per la mia vita perchè il Mistero, se c'è, non c'entra.
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